Dall’attacco volontario di Modena agli investimenti quotidiani sulle strisce pedonali: quando la progettazione urbana trasforma ogni errore — o follia — in una tragedia.
Ha giustamente creato indignazione il fatto che un’automobilista si sia volontariamente lanciato sul marciapiede a tutta velocità a Modena, ferendo 8 passanti, di cui quattro in maniera grave. Due persone hanno subito amputazioni. Un gesto gravissimo, aggravato dall’intenzionalità e dall’odio che lo ha generato.
L’odio che avrebbe mosso il responsabile non nasce certo nell’istante in cui si è messo al volante. Ma è altrettanto evidente che abbia trovato nell’automobile uno strumento devastantemente efficace per trasformarsi in violenza fisica. È questo il punto più inquietante della vicenda: un mezzo pensato per spostarsi può diventare, con estrema facilità, un’arma da diverse tonnellate capace di travolgere chiunque si trovi nello spazio pubblico.
E mentre Modena occupava inevitabilmente le aperture dei telegiornali, nello stesso giorno accadevano altri episodi destinati a ricevere molta meno attenzione. A Milano due coniugi settantenni venivano investiti sulle strisce pedonali da un’auto guidata da un sessantenne: uno dei due è morto durante il trasporto in ospedale. A Zoagli un uomo di 56 anni è stato travolto mentre attraversava la strada, con un impatto così violento da essere scaraventato contro il parabrezza di un altro veicolo. In Versilia, infine, un 59enne è stato investito e ucciso lungo una superstrada.
Tolto l’elemento volontario del caso di Modena, il risultato cambia meno di quanto vorremmo ammettere. Ogni giorno in Italia decine di persone vengono investite da veicoli a motore. Circa 18.000 pedoni all’anno restano coinvolti in incidenti stradali e quasi 500 perdono la vita. Quasi la metà degli investimenti avviene mentre si attraversa regolarmente sulle strisce pedonali.
La domanda allora diventa inevitabile: com’è possibile che muoversi a piedi nello spazio urbano sia percepito così spesso come un’attività rischiosa? Alzi la mano chi non si sia sentito almeno una volta in pericolo attraversando una strada o camminando sul bordo di una carreggiata trafficata.
A volte ci ritroviamo su marciapiedi larghi poco più di una valigia aperta mentre le auto ci sfrecciano accanto. Altre volte dobbiamo attraversare carreggiate immense, confidando che qualcuno rallenti davvero davanti alle strisce pedonali. E persino quando siamo teoricamente nello spazio “sicuro” del marciapiede dobbiamo fare attenzione a veicoli in manovra, parcheggi improvvisati o ingressi carrabili progettati come rampe autostradali in miniatura.
Tempo fa avevamo parlato della Vision Zero: un approccio alla sicurezza stradale basato su un principio molto semplice ma rivoluzionario. Gli esseri umani sbagliano. Sempre. Per questo le strade dovrebbero essere progettate in modo da impedire che un errore umano si trasformi automaticamente in una tragedia.
Guardate la foto di copertina di questo articolo: è l’imbocco di via Emilia Centro, a Modena. A occhio la carreggiata disponibile per le auto supera abbondantemente i 10 metri di larghezza. Eppure per far transitare comodamente un’automobile ne bastano circa tre, tre e mezzo volendo essere generosi.
Tutto lo spazio in più non è neutrale. Una strada larga comunica inconsciamente sicurezza e invita ad accelerare. È uno dei principi fondamentali della progettazione stradale: l’infrastruttura influenza il comportamento molto più dei cartelli.
Anche se quello di Modena non può essere definito un semplice incidente stradale, resta evidente una cosa: se la carreggiata fosse stata più stretta, se parte dello spazio fosse stato destinato a piste ciclabili, alberature, aiuole o marciapiedi più ampi e se tra la strada e l’area pedonale fossero esistite protezioni fisiche come paracarri o dissuasori, probabilmente i danni sarebbero stati molto più limitati.
La Vision Zero non nasce dall’idea ingenua che nessuno commetterà mai errori o gesti folli. Nasce dall’idea opposta: che errori, distrazioni e perfino azioni deliberate continueranno ad esistere. E che proprio per questo lo spazio pubblico dovrebbe essere progettato per impedire che un’automobile possa trasformarsi così facilmente in una macchina di morte.
Finché continueremo a progettare le città partendo dalla fluidità delle auto invece che dalla vulnerabilità delle persone, continueremo a definire “tragiche fatalità” eventi che fatalità non sono affatto.
E continueremo a stupirci ogni volta che qualcuno verrà travolto sulle strisce, sul marciapiede o semplicemente mentre sta tornando a casa a piedi.

